Passò ancora molto tempo prima di avere le mie prime esperienze con le ragazze, il mio corpo cresceva, e con esso i miei impulsi sessuali, ma non avevo la capacità di corteggiare, Shimamoto era l’unica ragazza con cui avevo un rapporto di amicizia.
Avevo avuto un paio di ragazze, più che per vero desiderio, per non sentirmi escluso dal gruppo, ma non ero mai rimasto soddisfatto del tempo trascorso con loro, da un lato non trovavo la disinvoltura necessaria per parlare con loro degli stupidi argomenti che le interessavano, dall’altro avevo forse le idee ancora troppo confuse su quello che potesse rappresentare il fatto di avere una ragazza. Quello che era certo era che nessuna di esse mai mi concesse più di un bacio o di toccarle il seno, rigorosamente da sopra la maglietta.
Questo stato di cose andò avanti per diversi anni, nel frattempo mi iscrissi all’università, la prestigiosa Tokyo Daigaku, o come la chiamavano tutti: Todai.
Per poter andare all’università mi dovetti trasferire a vivere da solo, i miei genitori si opposero fermamente alla possibilità che io andassi a vivere in un appartamento con altri studenti, e così approdai in un appartamento in un palazzone anonimo nel quartiere di Akube messomi a disposizione da nonno Senji, grazie alle sue conoscenze.
Due piccole stanze, una cucina e un bagno al quarto piano. L’arredamento era un po’ datato, sorto dal mix dei gusti delle tante persone che gli studios avevano, nel tempo, mandato a vivere lì.
Il posto mi piaceva, aveva carattere, un misto di dignitosa povertà e accenni di lusso, e poi non dovevo pagare l’affitto e anche le bollette venivano pagate da una certa società di produzione di cui io risultavo fittizio impiegato agli occhi dell’amministrazione di caseggiato.
Nonostante non avessi mai mostrato molto interesse per la vita dell’artista, avevo deciso, con grande gioia di mio nonno e di mia madre, di studiare cinema, volevo diventare produttore. Non avevo abbastanza idee e costanza per fare il regista, talento recitativo neanche a parlarne, ma conoscevo bene ormai i meccanismi che si dovevano instaurare dal primo giorno di riprese all’uscita in sala per assicurare un buon successo al botteghino; del valore artistico dei film o delle capacità recitative degli attori non ero molto interessato, vedevo il cinema solo come uno strumento per fare denaro, un lavoro come un altro, meno faticoso dell’operaio, meno interessante del calciatore. Non potendo certo studiare da produttore, dovetti comunque iscrivermi al corso per diventare sceneggiatore, poiché non mi piaceva affatto essere considerato un raccomandato, non dissi a nessuno della mia parentela con Hasame Senji, e iniziai il mio corso di studi nell’autunno del 1986.
Le lezioni erano interessanti e, al contrario di quanto avevo immaginato, non erano solo un delizioso passatempo davanti ad uno schermo. Il corso di studi prevedeva molte lezioni teoriche, tecniche della comunicazione, storia del linguaggio, ecc.. La visione di film era solitamente programmata per il pomeriggio e per il week end.
Il mio corso all’università era frequentato da 35 studenti, e presto conobbi tutti i compagni di corso, come è logico si formarono i primi gruppetti, e io ero entrato in un gruppo di “futuri artisti famosissimi”, come si amavano descrivere. Qualcuno era decisamente dotato di un buon talento, altri erano, destinati alla vita del manovale del cinema, magari avrebbero poi aperto un video-noleggio, o lavorato come sotto-sotto-aiuto in qualche fiction in TV. Si divertivano a scegliere i loro nomi d’arte o a firmarsi a vicenda autografi, per i quali ogni giorno trovavano nuove idee grafiche. Anch’io non mi sottraevo al gioco e mi firmavo Jay Riotan con un ardito ideogramma kanjii.
La mia vita non era fatta soltanto di università e di videocassette, affrontavo i primi problemi del dover vivere da solo, per la prima volta mi chiedevo come si potesse pulire un water e come mai la polvere si accumulasse dappertutto. La cosa che sopportavo di meno era fare il bucato e soprattutto stirare, ma poiché la lavanderia era troppo cara, dovevo arrangiarmi, e ogni volta che tornavo a Kyoto a trovare i miei portavo con me una grande borsa piena di vestiti sporchi, che la mamma era lieta di lavare e stirare per me. La prima zuppa di miso che mi preparai fu un vero disastro, per tacere del riso stracotto e immangiabile, così passai ben presto a rifornirmi dei cibi precucinati-precotti-pretutto che iniziavano a vendere tutti i supermercati, e penso che l’origine delle mie gastriti di oggi sia proprio da ricercare lì.
Sapevamo entrambi che l’unica cosa da fare era quella di aspettare le sue mosse, avrebbe fatto di tutto per pubblicizzare il suo piano, noi non dovevamo far altro che aspettare.
I due ragazzini biondi non erano due ostaggi, ma i due gemelli svedesi che facevano i ricercatori all’istituto di chimica applicata, li avevamo schedati da tempo, perché quello era un covo di eco-terroristi. Ma i due non erano stati per nulla convinti dai fanatici, erano troppo innamorati della chimica pura per esserlo. Due tipi veramente strani, 21 anni, alti 1:75, di un biondo irreale quasi giallo fosforescente, sempre chiusi in quelle stanze, ancora vestiti come due bambini, mai coinvolti con i loro coetanei, nel loro passato e nel loro presente mai un flirt, eppure la ragazzina doveva avere un bel corpo sotto il camice, questo sosteneva Ale.
Come avevamo immaginato entrambi, fu lui a dirci cosa aveva in mente.
Oramai era buio, io ed Ale respiravamo silenziosamente cercando di annullare la nostra presenza in quel posto, cercavamo di estraniarci dai nostri corpi per scivolare lungo le scale ed arrivare fino a loro, vedere cosa stessero facendo e poterne prevenire le mosse.
Suonò forte ed inaspettato un telefono da sotto la pancia di Ale, come un rutto elettronico, forte e cristallino. I telefoni non hanno più il suono a campanello, il driiing di quando avevo 10 anni, un suono più caldo e pastoso, che in quel momento rimpiangevo.
Non solo lui sapeva dove fossimo in quel momento, ma per di più lo aveva abbondantemente previsto, piazzando lì quel telefono.
Il concetto era chiaro: noi dovevamo andarcene, lui non voleva fare assolutamente niente di male, i gemelli lo avevano seguito volontariamente, lui voleva solo allontanarsi a bordo della barca che aveva predisposto nel porticciolo turistico lì accanto.
Io credevo dicesse il vero, non mi aveva mai mentito, anzi era sempre stato fin troppo sincero con me.
Ale era d’accordo, e poiché lui aveva parlato solo con noi, ci potevamo gestire la situazione in tutta calma, senza avvertire la centrale. Ma dovevamo sgomberare il campo, allora ci inventammo che il professore aveva delle sostanze chimiche molto pericolose con sé, e che il modo migliore per sbrigare la situazione era quello di lasciarlo passare.
Ma io non volevo che i gemelli andassero via con lui.
Ci appostammo su un grosso motoscafo del porticciolo. Ad aspettare che i cinque uscissero.
Dopo quasi un’ora, e mezzo pacchetto di Diana blu, stava uscendo uno dei due scagnozzi con la gemellina sotto braccio, erano passati dall’uscita di sicurezza su lato del palazzo come avevamo previsto io ed Ale. Molto calmi, quasi stessero facendo due passi dopo cena.
Ale aveva preso la mira e aveva centrato la testa del gorilla in piena fronte, un foro piccolo, perfettamente rotondo, rosso rubino, dal quale scese un sottile refolo di sangue misto alla sostanza cerebrale, densa e giallastra. Il tipo era caduto dopo un attimo, abbandonando le braccia e facendo cadere la pistola ai piedi della gemella. Io ero saltato subito sulla banchina e correvo verso la ragazza. Lei spaventata, atterrita di una così forte presenza del mondo reale attorno a sé, sbigottita dal fatto che le persone possano vivere e morire così semplicemente, al buio, vicino al mare, mentre la luna rischiara l’acqua appena mossa da qualche onda. Le caddero i libri ed i quaderni che aveva in mano. Si era appena chinata a raccoglierli quando io ero arrivato di corsa e mi ero gettato sopra di lei come per evitarle degli altri colpi di pistola. Sapevo che non avrebbe sparato più nessuno, ma l’istinto era quello. Lei forse si spaventò ancora di più, non sapeva certo chi io fossi e cosa volessi farle. Le sussurrai in un orecchio di stare calma, che ero dalla sua parte, non volevo farle del male.
Mentre ero così vicino alla sua pelle ne sentivo l’odore fresco e latteo. Mi venne un irrefrenabile voglie di leccare quel lobo così perfetto e tondo. Nell’oscurità, mentre affianco avevo il cadavere di un uomo con il cranio attraversato da un colpo di pistola. La strinsi più forte.
<Non ti preoccupare piccola, ti proteggerò io> E la leccai dietro l’orecchio, dove iniziano i capelli, morbidi ed eterei. Sentivo un’erezione incipiente. La sollevai per le braccia e la portai verso la barca. Lei aveva ripreso i suoi libri ed i quaderni, li stringeva al petto, erano il suo mondo, l’unica cosa che in quel momento le sembrava veramente reale in mezzo a quel bruttissimo sogno.
Dopo circa dieci minuti avevo detto ad Ale che dovevo andare a prendere il gemello, a qualunque costo, il professore si sarebbe presto accorto dell’uccisione del suo scagnozzo, e sarebbero stati cazzi amari per tutti.
Ero corso verso l’albergo, ripercorrendo tutta la strada che avevamo fatto per uscire, senza che il professore se ne accorgesse. Ero giunto nel primo rifugio, sempre buio come lo avevamo lasciato, mi ero diretto a gattoni verso le scale ed avevo percorso la prima rampa, quando quasi per sfizio avevo alzato la testo ed avevo visto il ragazzo, ero stupito, in tutto quel tremendo casino, lui stava facendo calcoli e scriveva su un quadernino, sdraiato per terra, con la testa quasi a penzoloni nel vuoto delle scale. Il giallo dei suoi capelli quasi splendeva nel buio, tra il granata della moquette ed il legno della ringhiera. I suoi occhi quasi in estasi erano rapiti dalle formule stechiometriche che stava scrivendo. Non si sarebbe mai accorto di me, decisi di prendergli il quaderno dalle mani, come un babbuino dispettoso, lui rimase attonito a guardare la matita nelle sue mani, invano protesa su un quaderno che non c’era più. Secco, in tedesco, gli dissi che doveva seguirmi a tutti i costi, di non fare storie, che era l’unico modo per riavere indietro la sua roba. Nel frattempo presi anche le altre cose che aveva vicino a sé. Senza aspettare la sua risposta, senza preoccuparmi neppure che lui capisse il tedesco, lo presi per il bavero e lo tirai giù verso di me. Lui scivolo inerme tra le mie braccia, sconfitto senza aver combattuto.
Iniziai a scivolare via nel buio, con il gemello sotto braccio, come avevo fatto poco prima con sua sorella. Arrivai alla barca, Ale aveva messo in moto i motori.
<Cazzo, mentre facevi il buon samaritano il professore ha preso una barca ed è salpato!>
Io non avevo la minima idea di come si potesse pilotare quel motoscafo che avevamo requisito senza alcun diritto, per di più di notte, senza vederci nulla e senza saper accendere la strumentazione satellitare.
I gemelli gli avevamo chiusi a chiave sottocoperta, era inutile spiegar loro la situazione.
Ale si mise al timone e tirò i motori a manetta, lui aveva un gommone, un po’ ci capiva; ma della barca del professore neanche l’ombra, allora decidemmo di avvertire la guardia costiera, omettendo che la fuga era avvenuta una decina di minuti prima del nostro allarme.
Ale sapeva pilotare un gommone, ma evidentemente di motoscafi non se ne capiva un gran ché. Mentre scrutavo nel buio del mare notturno, vidi le onde farsi più fitte, nel riflesso della luna; poi una leggera schiuma bianca una decina di metri più avanti.
<Andiamo a sbattere, cazzo!> E mi gettai sul timone, facendo cadere Ale , che mi guardava attonito e deluso di se stesso. Presi il timone fra le mani e lo ruotai alla cieca verso destra, la fortuna del principiante mi aiutò, non finimmo sulla spiaggia.
Continuavamo a solcare il mare andando un più o meno lungo la costa, finché non incontrammo le luci della città, del porto. Pensavo fosse una liberazione vedere le luci del porto, dopo il nero, talmente nero da non aver colore, il mare di notte. Invece ero più spaventato dalle banchine del porto e dalle sue enormi navi. Ale mi aiutò a non perdere la rotta, a quel punto di dove fosse il professore, ce ne fottevamo.
Attraversammo tutto il porto, incolumi. Per radio la capitaneria ci diceva che non avevano traccia dell’imbarcazione del professore, di tornare all’aeroporto, o al molo vecchio, la loro base.
Io ed Ale avevamo capito che lui aveva bisogno dei gemelli per completare il suo piano, e che avendo noi quel prezioso carico, era lui che si sarebbe fatto vivo.
Con il motoscafo arrivammo nel porto vecchio, da dove si vedono le strade ed i vicoli del centro storico, le persone che indifferentemente, in piena notte, illuminate da vecchi lampioni, camminano, spacciano droga, si vendono, si comprano, vivono, muoiono.
Costeggiamo piano tutta la zona, distrattamente non mi accorsi di una passerella in acciaio davanti alla nostra prua, temevo di fare qualche casino, mentre la stavo urtando, pensai a come fare marcia indietro, ma la passerella non era fissata che da un lato, così si aprì e noi potemmo passare.
Ale prese il timone e con riacquistata sicurezza ci portò verso la capitaneria.
Una notte persa dietro ad un pazzo criminale ecologista che ci aveva insegnato meccanica applicata alle macchine all’università; uccidendo un uomo troppo stupido per pensare con la propria testa. nascondendoci nel buio, soli con i nostri pensieri, mezzo pacchetto di Diana blu.
Avevamo fatto il nostro dovere, o avevamo cacciato i nostri fantasmi, le nostre paure, le nostre ansie e recondite speranze, nel mondo figurato della notte profonda e buia?
Era la seconda volta che lo beccavo quel bastardo, stavolta avevo dovuto inseguirlo fino allo Sheraton dell’aeroporto, in macchina, sfrecciando per le strade di Sampierdarena e di Cornigliano, contromano, tagliando i semafori, come nei film.
Non sapevo cosa cavolo li frullasse in testa, ma avevo un’innegabile timore, avevo già chiamato Ale, il mio collega, per radio, sarebbe arrivato al più presto; la volta precedente voleva combattere una crociata contro la televisione, ed abbattere i ripetitori delle stazioni televisive.
Le onde elettromagnetiche danneggiano le persone che vivono molto vicine alle forti sorgenti, un tubo al neon si illumina sotto i cavi dell’alta tensione, chissà cosa si illumina nella testa di quei poveri cristi che vivono nelle case sotto i grandi elettrodotti, ma poi muoiono tutti di cancro.
Arrivato davanti all’albergo la sua macchina e quella dei suoi scagnozzi erano quasi conficcate nel muretto dell’aiuola, i fiori le guardavano sbigottiti e curiosi; nella grande Hall dell’albergo c’era molta agitazione, turisti, apparentemente dirigenti d’azienda anglosassoni, pietrificati sulle loro poltrone, si sbracciavano indicando a tutti di mettersi al riparo. Le loro bocche si muovevano in maniera confusa, come se urlassero, ma non emettevano alcun suono; il silenzio era totale.
Subito mi ero diretto verso il consierge, o ad essere più precisi, il suo cappello, che spuntava dal bancone di marmo rosa. Avevo poco tempo, doveva dirmi alla svelta dove fosse andato e se aveva preso degli ostaggi o cos’altro.
<Di di diii sopra> indicando le grandi scale
<Quanti sono?>
<Ci ci ciiinque, due ragazzini biondi, due be beestioni armati, e e uno smi smilzo, che da da ordini>
<Non faccia avvicinare nessuno alle scale, dica a tutti quelli che sono in camera di non uscire e faccia sgomberare la Hall. Subito!>
La situazione non era troppo tragica, io ed Ale ce la saremmo cavata bene, ma lui non arrivava.
Io avevo trovato un ottimo nascondiglio da dove potevo vedere benissimo tutto l’androne delle scale, tutto era fin troppo tranquillo.
Dopo circa mezz’ora che tenevo sotto tiro il nulla, cade un grosso foglio bianco formato A2, come una piuma enorme, sostenuto dall’aria, lentamente inizia a cadere dondolando nel vuoto, una mano si era sporta per tentare di prenderlo al volo. Erano al secondo piano. Senza chiedermi cosa potesse essere quel foglio, avevo capito che l’unica cosa da fare era impossessarmene, stando attento a ché nessuno mi sparasse dall’alto.
Ero ancora da solo nella mia postazione, avevo fatto segno ad Ale, arrivato nel frattempo, di non muoversi e di rimanere nella Hall. Lui aveva tempestivamente spento la luce del grande lampadario che illuminava l’androne delle scale, ed io mi ero lanciato a prendere il foglio sentendo un sibilo di pallottole attorno a me.
Poi, col foglio tra le mani, ero tornato verso il mio nascondiglio, dove nel frattempo era arrivato anche Ale.
<Sono formule, ci capisci? A me sembra chimica!> Gli avevo detto
<Sì, sì, sono le reazioni dei CFC con l’ozono>
<E che cazzo c’entra?>
<Non lo so, bisogna stare attenti, non vorrei che ci sia un bersaglio chimico nella sua dannata testa di cazzo!> Aveva detto Ale accendendosi una Diana blu.
<Come nei film americani, pazzo tenta di radere al suolo tranquilla cittadina, vuole in cambio qualche svariato milione di dollari…>
<Sì come telespalla Bob….>
Avevo preso la trasmittente e chiamato la centrale, dicendo di non intervenire assolutamente. Bisognava prima capire cosa avesse in mente.
“Ciao, sei in forma, come stai?”
“Bene, e tu? Come va il tuo ginocchio?”
“Guarito, non posso fare più molto, ma va molto meglio, e le tue gambe?”
Ci incamminammo verso la piscina, per la prima volta camminavamo assieme con un passo normale. Durante la nostra ora di nuoto, scherzammo e ci divertimmo molto, facemmo anche la nostra gara come promesso, ma entrambi ci fermammo poco prima di aver raggiunto il bordo, nessuno di noi voleva in realtà vincere.
Usciti dalla piscina erano le quattro e mezza e poiché Shimamoto aveva il treno alle sei, le chiesi se le faceva piacere andare a mangiare qualcosa in uno snack bar lì vicino.
Shimamoto aveva con se un grande borsone, il che significava che si era certamente fermata a Kyoto per il week end, allora, incuriosito, le domandai
“Se per te va bene potremmo andare a mangiare un po’ di sushi, c’é un bar delizioso qui vicino, o forse devi rincontrare la persona con cui sei stata durante il fine settimana?”
“Hajime, non essere troppo curioso, diciamo che mi fa piacere vederti e che voglio venire con te a mangiare del sushi, ma non chiedermi troppe cose sul perché ero qui a Kyoto per il fine settimana.
“Come vuoi tu, ma mi permetterai di farmi delle domande, dopotutto sei tu che mi hai detto che saresti arrivata venerdì, quindi dovresti aspettarmi la mia curiosità”
“Non penserai certo di essere l’unica persona che vive a Kyoto, vero?” disse con un sorriso disarmante, al quale non potei che reagire sorridendo anch’io
“Pensavo di sì, ma evidentemente mi sbagliavo....”
Durante il nostro pasto a base di sushi, discorremmo ancora del più e del meno, ma mi era chiaro che Shimamoto non gradiva raccontare nei particolari ciò che faceva a Kobe oltre all’universitá, così mi rimasero in gola molte domande e molte altre, ma non avevo il coraggio di formularle, per non irritarla.
Fu lei a dirmi per prima cosa era venuta a fare a Kyoto
“Hajime, tu mi vuoi bene?”
“Certo Shimamoto che te ne voglio”
“Allora non ti arrabbierai se ti dico perché ero a Kyoto questo fine settimana?”
“Devi sapere che non é facile trovare un lavoro che dia il denaro sufficiente a mantenersi all’università e lasci il tempo necessario per studiare, ho provato a fare molti lavori: la cameriera, la bibliotecaria, la baby sitter, ma era sempre molto difficile e stancante”
“E allora che lavoro hai trovato?”
“Faccio l’intrattenitrice” disse abbassando un po’ il tono di voce,
“Sei diventata una gheisha?” dissi io un po’ stupito un po’ scandalizzato
“Noo, per fare la gheisha bisogna studiare, é un’arte difficilissima e antica. Io sono solo un’accompagnatrice. Ci sono molte persone sole che vogliono trascorrere il fine settimana con qualcuno e allora mi pagano per dedicare loro il mio tempo”
“Ma devi fare l’amore con queste persone?”
“E a te cosa importa di ciò?”
“Niente, é solo che non capisco perchè queste persone ti paghino solo per accompagnarle”
“Faccio l’amore solo con chi mi va di farlo, nessun cliente mi costringerà mai a fare l’amore con lui.”
Per un attimo non sapevo cosa dire, mi misi in bocca un makisushi abbastanza grande per non poter parlare, allora Shimamoto, per spostare il centro dell’attenzione da lei a me mi chiese se io avessi una ragazza e se fossi innamorato di qualcuno. Terminato di inghiottire il mio sushi, e diventato completamente rosso, risposi che non ero ancora interessato a nessuna ragazza.
Fortunatamente il discorso si incamminò poi su altri binari e non fui costretto ad affrontare più tali argomenti che decisamente mi imbarazzavano.
In effetti non avevo ancora avuto esperienze con ragazze e questo mi metteva decisamente a disagio quando con i miei compagni di scuola, negli spogliatoi, dopo le ore di ginnastica, qualcuno dei più disinvolti iniziava a fare certi discorsi.
Iniziai a scrivere la mia prima lettera a Shimamoto almeno venti volte, ma non c’era niente da fare, non ero bravo a scrivere e ora rimpiangevo tutto il tempo che avevo impegnato ad allenarmi invece che a studiare. Così passava il tempo e io non avevo ancora trovato il modo di scrivere a Shimamoto e sentivo che più tempo fosse trascorso, meno possibilitá avevo di riprendere il mio dialogo con lei, e il nostro arrivederci si sarebbe trasformato in un definitivo addio. Per me logico che fossi io a dovermi fare vivo per primo, una studentessa universitaria aveva certo molte cose per la testa e forse si sarebbe dimenticata presto dell’estate trascorsa a Kyoto per affrontare i problemi quotidiani.
Così, grazie allo stimolo di dover imparare a scrivere per potermi mettere in contatto con Shimamoto, inizia a dedicarmi con maggior impegno nello studio e nella lettura. Le energie non mi mancavano e ora dovevo solo convogliarle invece che nello sport, nello studio. I risultati furono subito buoni e il mio rendimento scolastico migliorò moltissimo in breve tempo. Fui anche in grado di scrivere a Shimamoto una lettera decente, dove gli errori di ortografia e di sintassi non erano così frequenti come nei primi miserabili tentativi. Già dal giorno dopo aver spedito la mia lettera iniziai ad osservare ogni giorno la cassetta delle lettere con un sentimento misto di speranza e timore: speravo in una risposta di Shimamoto e temevo che la mia lettera tornasse indietro perché l’indirizzo era sconosciuto o la destinataria l’avesse respinta.
La risposta alla mia lettera non arrivò subito, come io mi aspettavo, ma dopo molti mesi, in forma di biglietto di auguri di buon anno. Un biglietto molto carino, con un paio di frasi gentili ma un po’ distaccate, dove Shimamoto si scusava per non avermi risposto prima, ma era piena di impegni e di tempo ne aveva sempre meno.
Comunque la mia gioia fu subito tale da spazzare via la delusione. Inizia subito a fare castelli in aria su quando avrei rivisto Shimamoto, avrei voluto partire il giorno stesso e andare a piedi a Kobe per rivederla. Mi limitai a scriverle una lettera breve ma gentile di risposta dove le auguravo ogni bene per l’anno nuovo e le proponevo di incontrarci quando lei ne avesse avuto modo.
Dopo due mesi Shimamoto telefonò a casa mia, ero solo in casa e la telefonata arrivò come un fulmine a ciel sereno, non aspettavo assolutamente di poter ricevere una tale telefonata, e la sua voce mi provocò un incredibile emozione, ero talmente confuso dal faticare a spiccicare due frasi in croce.
“Hajime, spero di non disturbarti, la tua voce é così concitata, stavi facendo qualcosa di importante e sei corso al telefono?”
“No, no, é che , sai , non , ehh , non pensavo che, ahh, be’, sì non pensavo che telefonassi, mi fa piacere sentirti, ehh, già, quanto tempo”
“Devi scusarmi, avrei dovuto scriverti o telefonarti prima, ma questi mesi sono stati molto concitati, ho dovuto fare un mucchio di cose, ma ora, sai, io mi ricordo delle promesse fatte, ti ho chiamato perché abbiamo una sfida aperta in piscina, te ne ricordi ancora?”
“Certo, certo, ehh, sii, allora possiamo vederci?”
“ Io pensavo di venire a Kyoto il prossimo fine settimana, devo vedere una persona venerdì sera, ma penso che domenica sarò libera, e se ti va bene, potremmo incontrarci al parco davanti alla piscina”
“Oh, sì, va bene, ci vediamo domenica alle 3, va bene per te?”
“ok a domenica e mi raccomando, fatti trovare in forma!”
“Sì ciao, ciao”
Dovetti impiegare in paio di minuti per comprendere quello che aveva detto e quello che avevo risposto, ma lentamente ero risuscito a ricordare ciò che avevamo concordato. Mi rimaneva solo un punto aperto, lei mi aveva detto che avrebbe dovuto vedere una persona venerdì e che si sarebbe liberata domenica, la cosa mi appariva essere un incontro galante, e iniziavo ad essere molto curioso della situazione. Che bisogno aveva di dirmi questa cosa? Era forse un modo per avvertirmi che veniva a Kyoto non per me, ma per qualcun altro, e che io ero soltanto una formalità che le toccava sbrigare? Mi sarei riproposto di chiederle spiegazioni in proposito.
Desideravo conoscere e parlare con Shimamoto, ero incurisito dal suosguardo, ero forse per la prima volta interessato a conscere altro di una ragagazza che non i suoi tempi sui 400 metri stile libero o quale fosse l’ultimo torneo di tennis a cui avesse partecipato. Ma non avevo la minima idea di come parlare a quella bellissima sconosciuta; inoltre avendo saputo la sua triste storia ero ancor piú bloccato, mi ripetevo spesso nella mia testa cercando poi di poterle ripere con disinvoltura frasi dal sicuro risultato pietoso quali “Ciao mi chiamo Hajime, e tu?” “se ti va potremmo andarci a prendere un gelato assieme” oppure ancor peggio “se vuoi posso aiutarti a fare qualche esercizio”. Non ero certo tagliato per poter corteggiare una ragazza e avrei passato tutta la mia estate a ripermi quelle stupide frasi in testa senza alcuna possibilitá di pronunciarle mai a Shimamoto se un giorno non fosse stata lei a rivolgermi la parola per prima:
“Ciao ieri ti é venuto a trovare il regista Hasame Senji , o sbaglio, come mai lo conosci?”
La domanda mi lasció completamente senza parole, aveva un modo di parlare incredibilmente dolce ma anche risoluto, la sua era una domanda che esigeva una risposta pronta, completa e corretta, come quella di un’insegnagnte durante un’interrogazione. In questo caso sapevo cosa rispondere, ma ero comunque pietrificato e cercavo di parlare ma dalla mia bocca non usciva nulla.
“scusa forse non hai capito la mia domanda, ciao, senti ho visto che ieri il signor Hasame Senji, il famoso regista ti é venuto a trovare, e volevo sapere se vi sonoscete, sai lo ammiro molto e la cosa mi ha incuriosito”
Capivo che se non avessi risposto subito, lei se ne sarebbe andata via sdegnata e non avrei mai piú avuto modo di rivolgerle la parola, allora mi sforzai, come quando dovevo affrontare una partita difficile o percorre gli ultimi giri di pista dei 3000 metri, cercai la concentrazione per non fare la figura del deficiente, il risultato non fu dei migliori, ma neanche cosí tragico come le frasi che avevo preparato nei giorni precedenti:
“Conosco il signor Hasame Senji da molti anni, e lui da ancora piú tempo conosce me, infatti sono suo nipote, e mi fa molto piacere che tu lo ammiri, a proposito il mio nome é Hajime e il tuo?”
“Piacere di conoscerti Hasame Hajime, io mi chiamo Harada Shimamoto”.
“Il realtá il mio nome é Matsatsuia Hajime, il nonno Senji é il padre di mia madre”.
“Ah ok, scusami allora Matsatsuia Hajime”
A quel punto avrei dovuto mantenere viva la conversazione e dirle qualcos’altro, essendo a corto di idee, le chiesi se voleva venire con me a prendere un gelato, era una delle tre frasi che avevo preparato nel mio set di discorsi e non avevo quasi altra scelta. Shima accettó e cosí avevo modo di passare ancora un po’ di tempo con lei.
Nonostante la differenza di etá e la tristezza che avvolgeva Shima, il pomeriggio trascorse in maniera piacevole, e scoprimmo di avere molte cose in comune, eravamo entrambi cresciuti soli e avevamo dedicato molto del nostro tempo alle proprie passioni, e desideravamo entrambi raggiungere il successo grazie ad esse e cosí viaggiare per il mondo. anche Shima come me era molto interessata allo sport, come tutte le ragazze aveva giocato a pallavolo, e anche ora che era all’universitá si allenava regolarmente in piscina. Ci promettemmo di sfidarci sui 100 metri non appena guariti.
Iniziammo a frequentarci regolarmente, non solo perché eravamo gli unici ragazzi che frequentavano il centro, ma perché ci piaceva farlo, il motivo che ci aveva portati a conoscerci non era piú oramai l’unica cosa che avevamo in comune.
Passavamo i nostri pomeriggi assieme al centro e poiché lei non aveva nessuno a Kyoto la invitavo spesso a pranzo a casa mia. Mia madre era incuriosita dal fatto che io frequentassi una ragazza e mostrassi un certo interesse per lei, ma non era entusiasta del tipo di ragazza che frequentavo; a me non importava assolutamente cosa potesse pensare mia madre, per la prima volta che provavo una sensazione nuova e stimolante, non era amore, ma era un sentimento di fratellanza, avevo fatto lentamente di Shimamoto la sorella maggiore che non avevo mai avuto.
Un giorno camminando lentamente con le nostre stampelle lungo il parco attorno alla clinica Shima si fece scura in volto e con un filo di voce mi disse:
“Hajime, tu sei un ragazzo fortunato, non sai quanto io abbia sofferto in questo mese, ora io sono completamente sola, Haruki é morto e la mia famiglia mi ha abbandonato, mio padre mi ha detto che non devo osare a ripresentarmi in casa”
“Non so cosa voglia dire perdere una persona che si ama o essere rifiutato dalla propria famiglia, io peró dal giorno dell’incidente ho perso il mio futuro, tutto ció che sognavo di fare e di diventare, é svanito, come una luce che si spegne improvvisamente”
Ci sedemmo e guardai Shima, i suoi occhi erano velati di lacrime e trasmettevano una dolcezza infinita, volevo abbracciarla, ma non sapevo assolutamente come potesse reagire.
“Presto dovró tornare all’universitá, saró costretta a trovarmi un lavoro che mi permetta di pagare la retta e non avró piú il tempo per sognare un futuro, ma dovró costruirmelo, giorno per giorno”
“Shima, non sai come vorrei aiutarti, ma sono cosí piccolo di fronte a te e ai tui problemi, mi potrai sempre considerare come un fratello a cui chiedere aiuto”
“Non ti preoccupare, non devi fare niente per me, stavo solo pensando a voce alta, comunque grazie Hajime.”
Questa non fu l’unica volta che Shimamoto mi parló cosí apertamente di lei e dei suoi problemi, parlammo spesso del nostro futuro, lei che chissaccome sarebbe tornata a Kobe all’universitá e io che avrei dovuto trovare qualcosa per impegnare le energie, che non potevo piú dedicare allo sport.
Dopo un altro mese nel quale io mi affezzionai sempre piú di Shimamoto e lei a me, lei dovette lasciare Kyoto, fu molto difficile per me salutarla, e non volevo affatto che il nostro fosse un addio ma solo un arrivederci. Ci scambiammo gli indirizzi e i numeri di telefono, e ci ripromettemmo di rivederci al piú presto.
“Promettimi di non dimenticarti di me, e di scrivermi ogni tanto”
“Certo, ti scriveró e tu verrai a trovarmi a Kobe?”
“Non appena staró meglio verró a trovarti, e poi dobbiamo nuotare, giusto?”
“Tutto bene Midori? Tranquilla ci sono qua io.”
Strano destino quello del chirurgo, aveva visto Midori nascere 25 anni prima, e ora l’avrebbe aiutata a partorire.
Fuori dalla sala operatorie nella sala d’attesa il padre di Mido, lo stimato regista cinematografico Hasame era nervosissimo e aveva fin dalla mattima telefonato a tutti i medici che conosceva, nel caso potessero essere d’aiuto al parto cesareo. Erano giunti una decina di specialisti, trai quali un ortopedico e uno psichiatra, che erano stati respinti con ferma gentilezza dal Dottor Rifune. Né il marito di Midori, Hasahi, né suo padre, l’altro futuro nonno, non avevano avuto modo di far accorre medici e luminari, non perché non altrettanto nervosi o preoccupati, ma perché non in possesso delle conoscenze di Hasame Senji .
Nel parapiglia della sala d’aspetto e nel via vai di medici, tra odore di sudore e discorsi ingiustificatamente concitati, l’operazione si svolse regolarmente, venni alla luce alle ore 12:30.
A parte la mia concitata nascita, per i primi 16 anni della mia vita non capitó nulla degno di particolare nota, a parte una ferita al sopracciglio che mi costó all’etá di 3 anni un paio di punti di sutura e la rottura del braccio destro che mi obbligó per due mesi a tenere il gesso durante le vacanze estive, rovinandomi un poco l’estate del 1983.
Mio padre e mia madre conducevano una vita tranquilla, nella cittá di Kyoto, mio padré lavorava in un’azienda di automobili come grafico e io passavo intere giornate a vedere i disegni che lui mi portava a casa delle future automobili che disegnava. Mia madre lavorava in un’agenzia di talent scout e cercava futuri attori per i film del nonno Senji, il quale regolarmente mi portava a Tokyo a vedere i set dei film che girava.
Nonostante nella mia famiglia aleggiasse un certo spirito artistico, non mi mostrai mai molto interessato né a prendere una matita in mano per disegnare la carrozzeria di un’automobile, né a cercare la luce giusta per le inquadrature di un film. Mi piaceva osservare tutto questo, ma solo dall’esterno, la mia passione all’epoca era lo sport. Praticavo calcio, nuoto, tennis e scherma, non avevo altro tempo da dedicare che alle mie attivitá sportive, la scuola era un male necessario, per cosí dire, e venivo regolarmente costretto a studiare dai miei genitori sotto la minaccia di farmi espellere dalla squadra di calcio o di tennis. Lessi un giorno in un articolo che negli Stati Uniti i ragazzi venivano sovvenzionati nelle universitá perché praticassero a qualche attivitá sportiva a livello d’eccellenza, e invidiai moltissimo i miei compagni di avventura d’oltreoceano.
Praticando cosí tanto sport e trascorrendo spesso le mie vacanze a Tokyo o in qualche altra cittá sui set die film del nonno Sinji, non avevo molti amici della mia etá, a parte i compagni di allenamento coi quali gareggiavo continuamente per chi si dimostrava migliore agli occhi di questo o di quell’allenatore.
L’estate del 1988, all’etá di sedici anni capitó primo evento che inizio a segnare la mia vita futura, per un banale incidente durante una partita di calcio mi ruppi i legamenti del ginocchio destro. Ció significava per me che da quel momento svanirono tutti i miei sogni di diventare uno sportivo famoso, di partecipare alle olimpiadi o magari ai campionati del mondo di calcio, che in quei giorni si svolgevano in Messico e io seguivo regolarmente in televisione le gesta del piú grande calciatore del mondo, Diego Armando Maradona, avrei dato dieci anni di vita per avere un decimo della sua classe!
La lesione era tale da costringermi a non poter piú praticare alcuno sport a livello agonistico. Quando i medici mi comunicarono tale notizia, il nonno Sensji ancora una volta fece accorrerre i migliori specialisti da tutto il giappone, le mie forze si arrestarono come un motore al quale viene a mancare improvvisamente la benzina.
Papá e mamma mi ricoprirono letteralmente di regali e di affetto per farmi superare il brutto periodo a seguito dell’incidente, ma il mio morale era a pezzi, non soltanto perché non avrei potuto piú praticare le mie attivitá sportive preferite, ma anche perché in quel periodo dovetti sottopormi a sforzi per me pari ai miei molteplici allenamenti solo per riimparare a camminare.
Come detto questo fu soltanto il primo evento che inizió a cambiare la mia vita. Il secondo si svolse di lí a poco. Frequentavo una palestra per la riabilitazione motoria e incontrai la ragazza piú bella che avessi mai visto. A dire il vero prima di quel momento non facevo mai molto caso alle ragazze, erano per me solo quelle che andavano in un altro spogliatoio, che correvano piú lentamente di me e che nel gioco del calcio non erano affatto brave, quindi ai miei occhi di allora erano quasi inutili. Certo ogni tanto sui set cinematografici mi era capitato di vedere qualche attrice a seno nudo o in scene decisamente poco adate a un ragazzino, nei film di Hasame Senji come é noto c’é sempre una certa parte di erotismo, ma per me quelle non erano ragazze o donne, erano una specie completamente diversa, erano attrici. Tutti coloro che vivevano nel mondi del cinema, e quindi anche attori e attrici, erano per me una societá a parte, formata da esseri diversi da me, e da chi mi stava attorno, che potevano avere molte vite e molte personalitá a seconda die film che stavano girando, cambiando nome, etá e nazionalitá ogni mese, in realtá per me non avevano una vita vera, ma erano anzi un ritaglio di tempo tra le trame di un film d’avventura e uno comico.
La ragazza che incontrai quell’estate si chiamava Shimamoto, era di quattro anni piú grande di me e frequentava l’universitá a Kobe. Si trovava nel centro di riabilitazione motoria di Kyoto a seguito di un grave incidente che aveva avuto mentre con il suo ragazzo percorreva in moto una strada di montagna vicino alla nostra cittá. Lui era morto sul colpo, sbalzato dalla moto contro un paracarro, lo aveva colpito in pieno con la testa e non aveva avuto scampo; lei invece era strisciata sull’asfalto umido per decine di metri, prima di colpire un muretto con le gambe e romperle entrambe. I suoi genitori non venivano mai a trovarla, vivevano in un piccolo paese di una zona rurale di Morioka, erano molto all’antica e ai loro occhi la figlia si era comportata in maniera disdicevole stando assieme con un ragazzo che non aveva neppure intenzione di sposarla, inoltre non avevano certo neppure il denaro per affrontare un lungo soggiorno a Kyoto e nessuno che potesse ospitarli in cittá. Seppi questa storia dall’infermiere che mi curava, dopo che gli avevo chiesto piú volte chi fosse quella splendida ragazza e come mai avesse il volto cosí triste.
Shimamoto aveva splendidi capelli lisci, deliziosamente raccolti dietro alla nuca a formare un’ampia coda di cavallo, un viso delicato e un naso sottile, aveva un fisico atletico, era alta quanto me e aveva femminilitá giá ben visibile, ma i suoi occhi erano tristi e spesso si perdevano nel vuoto.