“Tutto bene Midori? Tranquilla ci sono qua io.”
Strano destino quello del chirurgo, aveva visto Midori nascere 25 anni prima, e ora l’avrebbe aiutata a partorire.
Fuori dalla sala operatorie nella sala d’attesa il padre di Mido, lo stimato regista cinematografico Hasame era nervosissimo e aveva fin dalla mattima telefonato a tutti i medici che conosceva, nel caso potessero essere d’aiuto al parto cesareo. Erano giunti una decina di specialisti, trai quali un ortopedico e uno psichiatra, che erano stati respinti con ferma gentilezza dal Dottor Rifune. Né il marito di Midori, Hasahi, né suo padre, l’altro futuro nonno, non avevano avuto modo di far accorre medici e luminari, non perché non altrettanto nervosi o preoccupati, ma perché non in possesso delle conoscenze di Hasame Senji .
Nel parapiglia della sala d’aspetto e nel via vai di medici, tra odore di sudore e discorsi ingiustificatamente concitati, l’operazione si svolse regolarmente, venni alla luce alle ore 12:30.
A parte la mia concitata nascita, per i primi 16 anni della mia vita non capitó nulla degno di particolare nota, a parte una ferita al sopracciglio che mi costó all’etá di 3 anni un paio di punti di sutura e la rottura del braccio destro che mi obbligó per due mesi a tenere il gesso durante le vacanze estive, rovinandomi un poco l’estate del 1983.
Mio padre e mia madre conducevano una vita tranquilla, nella cittá di Kyoto, mio padré lavorava in un’azienda di automobili come grafico e io passavo intere giornate a vedere i disegni che lui mi portava a casa delle future automobili che disegnava. Mia madre lavorava in un’agenzia di talent scout e cercava futuri attori per i film del nonno Senji, il quale regolarmente mi portava a Tokyo a vedere i set dei film che girava.
Nonostante nella mia famiglia aleggiasse un certo spirito artistico, non mi mostrai mai molto interessato né a prendere una matita in mano per disegnare la carrozzeria di un’automobile, né a cercare la luce giusta per le inquadrature di un film. Mi piaceva osservare tutto questo, ma solo dall’esterno, la mia passione all’epoca era lo sport. Praticavo calcio, nuoto, tennis e scherma, non avevo altro tempo da dedicare che alle mie attivitá sportive, la scuola era un male necessario, per cosí dire, e venivo regolarmente costretto a studiare dai miei genitori sotto la minaccia di farmi espellere dalla squadra di calcio o di tennis. Lessi un giorno in un articolo che negli Stati Uniti i ragazzi venivano sovvenzionati nelle universitá perché praticassero a qualche attivitá sportiva a livello d’eccellenza, e invidiai moltissimo i miei compagni di avventura d’oltreoceano.
Praticando cosí tanto sport e trascorrendo spesso le mie vacanze a Tokyo o in qualche altra cittá sui set die film del nonno Sinji, non avevo molti amici della mia etá, a parte i compagni di allenamento coi quali gareggiavo continuamente per chi si dimostrava migliore agli occhi di questo o di quell’allenatore.
L’estate del 1988, all’etá di sedici anni capitó primo evento che inizio a segnare la mia vita futura, per un banale incidente durante una partita di calcio mi ruppi i legamenti del ginocchio destro. Ció significava per me che da quel momento svanirono tutti i miei sogni di diventare uno sportivo famoso, di partecipare alle olimpiadi o magari ai campionati del mondo di calcio, che in quei giorni si svolgevano in Messico e io seguivo regolarmente in televisione le gesta del piú grande calciatore del mondo, Diego Armando Maradona, avrei dato dieci anni di vita per avere un decimo della sua classe!
La lesione era tale da costringermi a non poter piú praticare alcuno sport a livello agonistico. Quando i medici mi comunicarono tale notizia, il nonno Sensji ancora una volta fece accorrerre i migliori specialisti da tutto il giappone, le mie forze si arrestarono come un motore al quale viene a mancare improvvisamente la benzina.
Papá e mamma mi ricoprirono letteralmente di regali e di affetto per farmi superare il brutto periodo a seguito dell’incidente, ma il mio morale era a pezzi, non soltanto perché non avrei potuto piú praticare le mie attivitá sportive preferite, ma anche perché in quel periodo dovetti sottopormi a sforzi per me pari ai miei molteplici allenamenti solo per riimparare a camminare.
Come detto questo fu soltanto il primo evento che inizió a cambiare la mia vita. Il secondo si svolse di lí a poco. Frequentavo una palestra per la riabilitazione motoria e incontrai la ragazza piú bella che avessi mai visto. A dire il vero prima di quel momento non facevo mai molto caso alle ragazze, erano per me solo quelle che andavano in un altro spogliatoio, che correvano piú lentamente di me e che nel gioco del calcio non erano affatto brave, quindi ai miei occhi di allora erano quasi inutili. Certo ogni tanto sui set cinematografici mi era capitato di vedere qualche attrice a seno nudo o in scene decisamente poco adate a un ragazzino, nei film di Hasame Senji come é noto c’é sempre una certa parte di erotismo, ma per me quelle non erano ragazze o donne, erano una specie completamente diversa, erano attrici. Tutti coloro che vivevano nel mondi del cinema, e quindi anche attori e attrici, erano per me una societá a parte, formata da esseri diversi da me, e da chi mi stava attorno, che potevano avere molte vite e molte personalitá a seconda die film che stavano girando, cambiando nome, etá e nazionalitá ogni mese, in realtá per me non avevano una vita vera, ma erano anzi un ritaglio di tempo tra le trame di un film d’avventura e uno comico.
La ragazza che incontrai quell’estate si chiamava Shimamoto, era di quattro anni piú grande di me e frequentava l’universitá a Kobe. Si trovava nel centro di riabilitazione motoria di Kyoto a seguito di un grave incidente che aveva avuto mentre con il suo ragazzo percorreva in moto una strada di montagna vicino alla nostra cittá. Lui era morto sul colpo, sbalzato dalla moto contro un paracarro, lo aveva colpito in pieno con la testa e non aveva avuto scampo; lei invece era strisciata sull’asfalto umido per decine di metri, prima di colpire un muretto con le gambe e romperle entrambe. I suoi genitori non venivano mai a trovarla, vivevano in un piccolo paese di una zona rurale di Morioka, erano molto all’antica e ai loro occhi la figlia si era comportata in maniera disdicevole stando assieme con un ragazzo che non aveva neppure intenzione di sposarla, inoltre non avevano certo neppure il denaro per affrontare un lungo soggiorno a Kyoto e nessuno che potesse ospitarli in cittá. Seppi questa storia dall’infermiere che mi curava, dopo che gli avevo chiesto piú volte chi fosse quella splendida ragazza e come mai avesse il volto cosí triste.
Shimamoto aveva splendidi capelli lisci, deliziosamente raccolti dietro alla nuca a formare un’ampia coda di cavallo, un viso delicato e un naso sottile, aveva un fisico atletico, era alta quanto me e aveva femminilitá giá ben visibile, ma i suoi occhi erano tristi e spesso si perdevano nel vuoto.
