braccia sottratte all'agricoltura

Racconti di provenienza ambigua
domenica, 19 giugno 2005

A nord del confine, a est del sole - Capitolo 2

Desideravo conoscere e parlare con Shimamoto, ero incurisito dal suosguardo, ero forse per la prima volta interessato a conscere altro di una ragagazza che non i suoi tempi sui 400 metri stile libero o quale fosse l’ultimo torneo di tennis a cui avesse partecipato. Ma non avevo la minima idea di come parlare a quella bellissima sconosciuta; inoltre avendo saputo la sua triste storia ero ancor piú bloccato, mi  ripetevo spesso nella mia testa cercando poi di poterle ripere con disinvoltura frasi dal sicuro risultato pietoso quali “Ciao mi chiamo Hajime, e tu?” “se ti va potremmo andarci a prendere un gelato assieme” oppure ancor peggio “se vuoi posso aiutarti a fare qualche esercizio”. Non ero certo tagliato per poter corteggiare una ragazza e avrei passato tutta la mia estate a ripermi quelle stupide frasi in testa senza alcuna possibilitá di pronunciarle mai a Shimamoto se un giorno non fosse stata lei a rivolgermi la parola per prima:

“Ciao ieri ti é venuto a trovare il regista Hasame Senji , o sbaglio, come mai lo conosci?”

La domanda mi lasció completamente senza parole, aveva un modo di parlare incredibilmente dolce ma anche risoluto, la sua era una domanda che esigeva una risposta pronta, completa e corretta, come quella di un’insegnagnte durante un’interrogazione. In questo caso sapevo cosa rispondere, ma ero comunque pietrificato e cercavo di parlare ma dalla mia bocca non usciva nulla.

“scusa forse non hai capito la mia domanda, ciao, senti ho visto che ieri il signor Hasame Senji, il famoso regista ti é venuto a trovare, e volevo sapere se vi sonoscete, sai lo ammiro molto e la cosa mi ha incuriosito”

Capivo che se non avessi risposto subito, lei se ne sarebbe andata via sdegnata e non avrei mai piú avuto modo di rivolgerle la parola, allora mi sforzai, come quando dovevo affrontare una partita difficile o percorre gli ultimi giri di pista dei 3000 metri, cercai la concentrazione per non fare la figura del deficiente, il risultato non fu dei migliori, ma neanche cosí tragico come le frasi che avevo preparato nei giorni precedenti:

“Conosco il signor Hasame Senji da molti anni, e lui da ancora piú tempo conosce me, infatti sono suo nipote, e mi fa molto piacere che tu lo ammiri, a proposito il mio nome é Hajime e il tuo?”

“Piacere di conoscerti Hasame Hajime, io mi chiamo Harada Shimamoto”.

“Il realtá il mio nome é Matsatsuia Hajime, il nonno Senji é il padre di mia madre”.

“Ah ok, scusami allora Matsatsuia Hajime”

A quel punto avrei dovuto mantenere viva la conversazione e dirle qualcos’altro, essendo a corto di idee, le chiesi se voleva venire con me a prendere un gelato, era una delle tre frasi che avevo preparato nel mio set di discorsi e non avevo quasi altra scelta. Shima accettó e cosí avevo modo di passare ancora un po’ di tempo con lei.

Nonostante la differenza di etá e la tristezza che avvolgeva Shima, il pomeriggio trascorse in maniera piacevole, e scoprimmo di avere molte cose in comune, eravamo entrambi cresciuti soli e avevamo dedicato molto del nostro tempo alle proprie passioni, e desideravamo entrambi raggiungere il successo grazie ad esse e cosí viaggiare per il mondo. anche Shima come me era molto interessata allo sport, come tutte le ragazze aveva giocato a pallavolo, e anche ora che era all’universitá si allenava regolarmente in piscina. Ci promettemmo di sfidarci sui 100 metri non appena guariti.

 

Iniziammo a frequentarci regolarmente, non solo perché eravamo gli unici ragazzi che frequentavano il centro, ma perché ci piaceva farlo, il motivo che ci aveva portati a conoscerci non era piú oramai l’unica cosa che avevamo in comune.

Passavamo i nostri pomeriggi assieme al centro e poiché lei non aveva nessuno a Kyoto la invitavo spesso a pranzo a casa mia. Mia madre era incuriosita dal fatto che io frequentassi una ragazza e mostrassi un certo interesse per lei, ma non era entusiasta del tipo di ragazza che frequentavo; a me non importava assolutamente cosa potesse pensare mia madre, per la prima volta che provavo una sensazione nuova e stimolante, non era amore, ma era un sentimento di fratellanza, avevo fatto lentamente di Shimamoto la sorella maggiore che non avevo mai avuto.

Un giorno camminando lentamente con le nostre stampelle lungo il parco attorno alla clinica Shima si fece scura in volto e con un filo di voce mi disse:

“Hajime, tu sei un ragazzo fortunato, non sai quanto io abbia sofferto in questo mese, ora io sono completamente sola, Haruki é morto e la mia famiglia mi ha abbandonato, mio padre mi ha detto che non devo osare a ripresentarmi in casa”

“Non so cosa voglia dire perdere una persona che si ama o essere rifiutato dalla propria famiglia, io peró dal giorno dell’incidente ho perso il mio futuro, tutto ció che sognavo di fare e di diventare, é svanito, come una luce che si spegne improvvisamente”

Ci sedemmo e guardai Shima, i suoi occhi erano velati di lacrime e trasmettevano una dolcezza infinita, volevo abbracciarla, ma non sapevo assolutamente come potesse reagire.

“Presto dovró tornare all’universitá, saró costretta a trovarmi un lavoro che mi permetta di pagare la retta e non avró piú il tempo per sognare un futuro, ma dovró costruirmelo, giorno per giorno”

“Shima, non sai come vorrei aiutarti, ma sono cosí piccolo di fronte a te e  ai tui problemi, mi potrai sempre considerare come un fratello a cui chiedere aiuto”

“Non ti preoccupare, non devi fare niente per me, stavo solo pensando a voce alta, comunque grazie Hajime.”

Questa non fu l’unica volta che Shimamoto mi parló cosí apertamente  di lei e dei suoi problemi, parlammo spesso del nostro futuro, lei che chissaccome sarebbe tornata a Kobe all’universitá e io che avrei dovuto trovare qualcosa per impegnare le energie, che non potevo piú dedicare allo sport.

Dopo un altro mese nel quale io mi affezzionai sempre piú di Shimamoto e lei a me, lei dovette lasciare Kyoto, fu molto difficile per me salutarla, e non volevo affatto che il nostro fosse un addio ma solo un arrivederci. Ci scambiammo gli indirizzi e i numeri di telefono, e ci ripromettemmo di rivederci al piú presto.

“Promettimi di non dimenticarti di me, e di scrivermi ogni tanto”

“Certo, ti scriveró e tu verrai a trovarmi a Kobe?”

“Non appena staró meglio verró a trovarti, e poi dobbiamo nuotare, giusto?”

postato da MissBrauch alle ore 15:29 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: a nord del confine a est del sol


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