braccia sottratte all'agricoltura

Racconti di provenienza ambigua
venerdì, 08 luglio 2005

A nord del confine, a est del sole - Capitolo 5-

Passò ancora molto tempo prima di avere le mie prime esperienze con le ragazze, il mio corpo cresceva, e con esso i miei impulsi sessuali, ma non avevo la capacità di corteggiare, Shimamoto era l’unica ragazza con cui avevo un rapporto di amicizia.

Avevo avuto un paio di ragazze, più che per vero desiderio, per non sentirmi escluso dal gruppo, ma non ero mai rimasto soddisfatto del tempo trascorso con loro, da un lato non trovavo la disinvoltura necessaria per parlare con loro degli stupidi argomenti che le interessavano, dall’altro avevo forse le idee ancora troppo confuse su quello che potesse rappresentare il fatto di avere una ragazza. Quello che era certo era che nessuna di esse mai mi concesse più di un bacio o di toccarle il seno, rigorosamente da sopra la maglietta.

Questo stato di cose andò avanti per diversi anni, nel frattempo mi iscrissi all’università, la prestigiosa Tokyo Daigaku, o come la chiamavano tutti: Todai.

Per poter andare all’università mi dovetti trasferire a vivere da solo, i miei genitori si opposero fermamente alla possibilità che io andassi a vivere in un appartamento con altri studenti, e così approdai in un appartamento in un palazzone anonimo nel quartiere di Akube messomi a disposizione da nonno Senji, grazie alle sue conoscenze.

Due piccole stanze, una cucina e un bagno al quarto piano. L’arredamento era un po’ datato, sorto dal mix dei gusti delle tante persone che gli studios avevano, nel tempo, mandato a vivere lì.

Il posto mi piaceva, aveva carattere, un misto di dignitosa povertà e accenni di lusso, e poi non dovevo pagare l’affitto e anche le bollette venivano pagate da una certa società di produzione di cui io risultavo fittizio impiegato agli occhi dell’amministrazione di caseggiato.

Nonostante non avessi mai mostrato molto interesse per la vita dell’artista, avevo deciso, con grande gioia di mio nonno e di mia madre, di studiare cinema, volevo diventare produttore. Non avevo abbastanza idee e costanza per fare il regista, talento recitativo neanche a parlarne, ma conoscevo bene ormai i meccanismi che si dovevano instaurare dal primo giorno di riprese all’uscita in sala per assicurare un buon successo al botteghino; del valore artistico dei film o delle capacità recitative degli attori non ero molto interessato, vedevo il cinema solo come uno strumento per fare denaro, un lavoro come un altro, meno faticoso dell’operaio, meno interessante del calciatore. Non potendo certo studiare da produttore, dovetti comunque iscrivermi al corso per diventare sceneggiatore, poiché non mi piaceva affatto essere considerato un raccomandato, non dissi a nessuno della mia parentela con Hasame Senji, e iniziai il mio corso di studi nell’autunno del 1986.

Le lezioni erano interessanti e, al contrario di quanto avevo immaginato, non erano solo un delizioso passatempo davanti ad uno schermo. Il corso di studi prevedeva molte lezioni teoriche, tecniche della comunicazione, storia del linguaggio, ecc.. La visione di film era solitamente programmata per il pomeriggio e per il week end.

Il mio corso all’università era frequentato da 35 studenti, e presto conobbi tutti i compagni di corso, come è logico si formarono i primi gruppetti, e io ero entrato in un gruppo di “futuri artisti famosissimi”, come si amavano descrivere. Qualcuno era decisamente dotato di un buon talento, altri erano, destinati alla vita del manovale del cinema, magari avrebbero poi aperto un video-noleggio, o lavorato come sotto-sotto-aiuto in qualche fiction in TV. Si divertivano a scegliere i loro nomi d’arte o a firmarsi a vicenda autografi, per i quali ogni giorno trovavano nuove idee grafiche. Anch’io non mi sottraevo al gioco e mi firmavo Jay Riotan con un ardito ideogramma kanjii.

La mia vita non era fatta soltanto di università e di videocassette, affrontavo i primi problemi del dover vivere da solo, per la prima volta mi chiedevo come si potesse pulire un water e come mai la polvere si accumulasse dappertutto. La cosa che sopportavo di meno era fare il bucato e soprattutto stirare, ma poiché la lavanderia era troppo cara, dovevo arrangiarmi, e ogni volta che tornavo a Kyoto a trovare i miei portavo con me una grande borsa piena di vestiti sporchi, che la mamma era lieta di lavare e stirare per me. La prima zuppa di miso che mi preparai fu un vero disastro, per tacere del riso stracotto e immangiabile, così passai ben presto a rifornirmi dei cibi precucinati-precotti-pretutto che iniziavano a vendere tutti i supermercati, e penso che l’origine delle mie gastriti di oggi sia proprio da ricercare lì.

Sentivo regolarmente Shimamoto al telefono e ci incontravamo quando il suo lavoro di accompagnatrice la portava a passare un week-end a Tokyo. Finalmente non mi sentivo più così piccolo di fronte a lei, certo subivo sempre il suo fascino ed ero affascinato come sempre dalla sua maturità, ma mi facevo forte delle mie conoscenze cinematografiche in crescita. Guardavamo una cassetta di un cortometraggio presentato a Cannes che mi aveva consigliato un mio professore e le descrivevo l’atmosfera della croisette, come l’avessi percorsa più di una volta, i flash, i giornalisti, i cafè coi tavolini fuori, la spiaggia piena di turisti e starlets. In quei momenti mi sembrava di vedere gli occhi di Shimamoto guardarmi in maniera diversa, un po’ sognante un po’ ammirata, ma forse mi illudevo soltanto di vedere ciò che il mio cuore voleva io vedessi.

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postato da MissBrauch alle ore 18:24 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: a nord del confine a est del sol


Commenti
#1   08 Luglio 2005 - 18:26
 
@Hardla: per ora ancora niente sesso...
MB
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#2   01 Febbraio 2006 - 13:29
 
Ma il sesso nel libro arriva dopo, eh!
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#3   06 Marzo 2006 - 22:40
 
sarò sincero: sto cercando un pubblico per il mio blog. Se mi trovi patetico fa lo stesso, sono nato senza dignità. Preferisco dire la verità che commentare "bello qui" senza neanche leggere.
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