braccia sottratte all'agricoltura

Racconti di provenienza ambigua
lunedì, 04 luglio 2005

Zena vice - parte 2/2

Sapevamo entrambi che l’unica cosa da fare era quella di aspettare le sue mosse, avrebbe fatto di tutto per pubblicizzare il suo piano, noi non dovevamo far altro che aspettare.

I due ragazzini biondi non erano due ostaggi, ma i due gemelli svedesi che facevano i ricercatori all’istituto di chimica applicata, li avevamo schedati da tempo, perché quello era un covo di eco-terroristi. Ma i due non erano stati per nulla convinti dai fanatici, erano troppo innamorati della chimica pura per esserlo. Due tipi veramente strani, 21 anni, alti 1:75, di un biondo irreale quasi giallo fosforescente, sempre chiusi in quelle stanze, ancora vestiti come due bambini, mai coinvolti con i loro coetanei, nel loro passato e nel loro presente mai un flirt, eppure la ragazzina doveva avere un bel corpo sotto il camice, questo sosteneva Ale.

Come avevamo immaginato entrambi, fu lui a dirci cosa aveva in mente.

Oramai era buio, io ed Ale respiravamo silenziosamente cercando di annullare la nostra presenza in quel posto, cercavamo di estraniarci dai nostri corpi per scivolare lungo le scale ed arrivare fino a loro, vedere cosa stessero facendo e poterne prevenire le mosse.

Suonò forte ed inaspettato un telefono da sotto la pancia di Ale, come un rutto elettronico, forte e cristallino. I telefoni non hanno più il suono a campanello, il driiing di quando avevo 10 anni, un suono più caldo e pastoso, che in quel momento rimpiangevo.

Non solo lui sapeva dove fossimo in quel momento, ma per di più lo aveva abbondantemente previsto, piazzando lì quel telefono.

Il concetto era chiaro: noi dovevamo andarcene, lui non voleva fare assolutamente niente di male, i gemelli lo avevano seguito volontariamente, lui voleva solo allontanarsi a bordo della barca che aveva predisposto nel porticciolo turistico lì accanto.

Io credevo dicesse il vero, non mi aveva mai mentito, anzi era sempre stato fin troppo sincero con me.

Ale era d’accordo, e poiché lui aveva parlato solo con noi, ci potevamo gestire la situazione in tutta calma, senza avvertire la centrale. Ma dovevamo sgomberare il campo, allora ci inventammo che il professore aveva delle sostanze chimiche molto pericolose con sé, e che il modo migliore per sbrigare la situazione era quello di lasciarlo passare.

Ma io non volevo che i gemelli andassero via con lui.

Ci appostammo su un grosso motoscafo del porticciolo. Ad aspettare che i cinque uscissero.

Dopo quasi un’ora, e mezzo pacchetto di Diana blu, stava uscendo uno dei due scagnozzi con la gemellina sotto braccio, erano passati dall’uscita di sicurezza su lato del palazzo come avevamo previsto io ed Ale. Molto calmi, quasi stessero facendo due passi dopo cena.

Ale aveva preso la mira e aveva centrato la testa del gorilla in piena fronte, un foro piccolo, perfettamente rotondo, rosso rubino, dal quale scese un sottile refolo di sangue misto alla sostanza cerebrale, densa e giallastra. Il tipo era caduto dopo un attimo, abbandonando le braccia e facendo cadere la pistola ai piedi della gemella. Io ero saltato subito sulla banchina e correvo verso la ragazza. Lei spaventata, atterrita di una così forte presenza del mondo reale attorno a sé, sbigottita dal fatto che le persone possano vivere e morire così semplicemente, al buio, vicino al mare, mentre la luna rischiara l’acqua appena mossa da qualche onda. Le caddero i libri ed i quaderni che aveva in mano. Si era appena chinata a raccoglierli quando io ero arrivato di corsa e mi ero gettato sopra di lei come per evitarle degli altri colpi di pistola. Sapevo che non avrebbe sparato più nessuno, ma l’istinto era quello. Lei forse si spaventò ancora di più, non sapeva certo chi io fossi e cosa volessi farle. Le sussurrai in un orecchio di stare calma, che ero dalla sua parte, non volevo farle del male.

Mentre ero così vicino alla sua pelle ne sentivo l’odore fresco e latteo. Mi venne un irrefrenabile voglie di leccare quel lobo così perfetto e tondo. Nell’oscurità, mentre affianco avevo il cadavere di un uomo con il cranio attraversato da un colpo di pistola. La strinsi più forte.

<Non ti preoccupare piccola, ti proteggerò io> E la leccai dietro l’orecchio, dove iniziano i capelli, morbidi ed eterei. Sentivo un’erezione incipiente. La sollevai per le braccia e la portai verso la barca. Lei aveva ripreso i suoi libri ed i quaderni, li stringeva al petto, erano il suo mondo, l’unica cosa che in quel momento le sembrava veramente reale in mezzo a quel bruttissimo sogno.

 

Dopo circa dieci minuti avevo detto ad Ale che dovevo andare a prendere il gemello, a qualunque costo, il professore si sarebbe presto accorto dell’uccisione del suo scagnozzo, e sarebbero stati cazzi amari per tutti.

Ero corso verso l’albergo, ripercorrendo tutta la strada che avevamo fatto per uscire, senza che il professore se ne accorgesse. Ero giunto nel primo rifugio, sempre buio come lo avevamo lasciato, mi ero diretto a gattoni verso le scale ed avevo percorso la prima rampa, quando quasi per sfizio avevo alzato la testo ed avevo visto il ragazzo, ero stupito, in tutto quel tremendo casino, lui stava facendo calcoli e scriveva su un quadernino, sdraiato per terra, con la testa quasi a penzoloni nel vuoto delle scale. Il giallo dei suoi capelli quasi splendeva nel buio, tra il granata della moquette ed il legno della ringhiera. I suoi occhi quasi in estasi erano rapiti dalle formule stechiometriche che stava scrivendo. Non si sarebbe mai accorto di me, decisi di prendergli il quaderno dalle mani, come un babbuino dispettoso, lui rimase attonito a guardare la matita nelle sue mani, invano protesa su un quaderno che non c’era più. Secco, in tedesco, gli dissi che doveva seguirmi a tutti i costi, di non fare storie, che era l’unico modo per riavere indietro la sua roba. Nel frattempo presi anche le altre cose che aveva vicino a sé. Senza aspettare la sua risposta, senza preoccuparmi neppure che lui capisse il tedesco, lo presi per il bavero e lo tirai giù verso di me. Lui scivolo inerme tra le mie braccia, sconfitto senza aver combattuto.

Iniziai a scivolare via nel buio, con il gemello sotto braccio, come avevo fatto poco prima con sua sorella. Arrivai alla barca, Ale aveva messo in moto i motori.

<Cazzo, mentre facevi il buon samaritano il professore ha preso una barca ed è salpato!>

<E tu non potevi andargli dietro?>
<Sì da solo, ma come cazzo stai!>
<Va be’, dai, andiamogli dietro.>

Io non avevo la minima idea di come si potesse pilotare quel motoscafo che avevamo requisito senza alcun diritto, per di più di notte, senza vederci nulla e senza saper accendere la strumentazione satellitare.

I gemelli gli avevamo chiusi a chiave sottocoperta, era inutile spiegar loro la situazione.

Ale si mise al timone e tirò i motori a manetta, lui aveva un gommone, un po’ ci capiva; ma della barca del professore neanche l’ombra, allora decidemmo di avvertire la guardia costiera, omettendo che la fuga era avvenuta una decina di minuti prima del nostro allarme.

Ale sapeva pilotare un gommone, ma evidentemente di motoscafi non se ne capiva un gran ché. Mentre scrutavo nel buio del mare notturno, vidi le onde farsi più fitte, nel riflesso della luna; poi una leggera schiuma bianca una decina di metri più avanti.

<Andiamo a sbattere, cazzo!> E mi gettai sul timone, facendo cadere Ale , che mi guardava attonito e deluso di se stesso. Presi il timone fra le mani e lo ruotai alla cieca verso destra, la fortuna del principiante mi aiutò, non finimmo sulla spiaggia.

Continuavamo a solcare il mare andando un più o meno lungo la costa, finché non incontrammo le luci della città, del porto. Pensavo fosse una liberazione vedere le luci del porto, dopo il nero, talmente nero da non aver colore, il mare di notte. Invece ero più spaventato dalle banchine del porto e dalle sue enormi navi. Ale mi aiutò a non perdere la rotta, a quel punto di dove fosse il professore, ce ne fottevamo.

Attraversammo tutto il porto, incolumi. Per radio la capitaneria ci diceva che non avevano traccia dell’imbarcazione del professore, di tornare all’aeroporto, o al molo vecchio, la loro base.

Io ed Ale avevamo capito che lui aveva bisogno dei gemelli per completare il suo piano, e che avendo noi quel prezioso carico, era lui che si sarebbe fatto vivo.

Con il motoscafo arrivammo nel porto vecchio, da dove si vedono le strade ed i vicoli del centro storico, le persone che indifferentemente, in piena notte, illuminate da vecchi lampioni, camminano, spacciano droga, si vendono, si comprano, vivono, muoiono.

Costeggiamo piano tutta la zona, distrattamente non mi accorsi di una passerella in acciaio davanti alla nostra prua, temevo di fare qualche casino, mentre la stavo urtando, pensai a come fare marcia indietro, ma la passerella non era fissata che da un lato, così si aprì e noi potemmo passare.

Ale prese il timone e con riacquistata sicurezza ci portò verso la capitaneria.

Una notte persa dietro ad un pazzo criminale ecologista che ci aveva insegnato meccanica applicata alle macchine all’università; uccidendo un uomo troppo stupido per pensare con la propria testa. nascondendoci nel buio, soli con i nostri pensieri, mezzo pacchetto di Diana blu.

Avevamo fatto il nostro dovere, o avevamo cacciato i nostri fantasmi, le nostre paure, le nostre ansie e recondite speranze, nel mondo figurato della notte profonda e buia?

postato da MissBrauch alle ore 19:46 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: zena vice

venerdì, 01 luglio 2005

Zena vice - parte 1/2

Era la seconda volta che lo beccavo quel bastardo, stavolta avevo dovuto inseguirlo fino allo Sheraton dell’aeroporto, in macchina, sfrecciando per le strade di Sampierdarena e di Cornigliano, contromano, tagliando i semafori, come nei film.

Non sapevo cosa cavolo li frullasse in testa, ma avevo un’innegabile timore, avevo già chiamato Ale, il mio collega, per radio, sarebbe arrivato al più presto; la volta precedente voleva combattere una crociata contro la televisione, ed abbattere i ripetitori delle stazioni televisive.

Le onde elettromagnetiche danneggiano le persone che vivono molto vicine alle forti sorgenti, un tubo al neon si illumina sotto i cavi dell’alta tensione, chissà cosa si illumina nella testa di quei poveri cristi che vivono nelle case sotto i grandi elettrodotti, ma poi muoiono tutti di cancro.

Arrivato davanti all’albergo la sua macchina e quella dei suoi scagnozzi erano quasi conficcate nel muretto dell’aiuola, i fiori le guardavano sbigottiti e curiosi; nella grande Hall dell’albergo c’era molta agitazione, turisti, apparentemente dirigenti d’azienda anglosassoni, pietrificati sulle loro poltrone, si sbracciavano indicando a tutti di mettersi al riparo. Le loro bocche si muovevano in maniera confusa, come se urlassero, ma non emettevano alcun suono; il silenzio era totale.

Subito mi ero diretto verso il consierge, o ad essere più precisi, il suo cappello, che spuntava dal bancone di marmo rosa. Avevo poco tempo, doveva dirmi alla svelta dove fosse andato e se aveva preso degli ostaggi o cos’altro.

<Di di diii sopra> indicando le grandi scale

<Quanti sono?>

<Ci ci ciiinque, due ragazzini biondi, due be beestioni armati, e e uno smi smilzo, che da da ordini>

<Non faccia avvicinare nessuno alle scale, dica a tutti quelli che sono in camera di non uscire e faccia sgomberare la Hall. Subito!>

La situazione non era troppo tragica, io ed Ale ce la saremmo cavata bene, ma lui non arrivava.

Io avevo trovato un ottimo nascondiglio da dove potevo vedere benissimo tutto l’androne delle scale, tutto era fin troppo tranquillo.

Dopo circa mezz’ora che tenevo sotto tiro il nulla, cade un grosso foglio bianco formato A2, come una piuma enorme, sostenuto dall’aria, lentamente inizia a cadere dondolando nel vuoto, una mano si era sporta per tentare di prenderlo al volo. Erano al secondo piano. Senza chiedermi cosa potesse essere quel foglio, avevo capito che l’unica cosa da fare era impossessarmene, stando attento a ché nessuno mi sparasse dall’alto.

Ero ancora da solo nella mia postazione, avevo fatto segno ad Ale, arrivato nel frattempo, di non muoversi e di rimanere nella Hall. Lui aveva tempestivamente spento la luce del grande lampadario che illuminava l’androne delle scale, ed io mi ero lanciato a prendere il foglio sentendo un sibilo di pallottole attorno a me.

Poi, col foglio tra le mani, ero tornato verso il mio nascondiglio, dove nel frattempo era arrivato anche Ale.

<Sono formule, ci capisci? A me sembra chimica!> Gli avevo detto

<Sì, sì, sono le reazioni dei CFC con l’ozono>

<E che cazzo c’entra?>

<Non lo so, bisogna stare attenti, non vorrei che ci sia un bersaglio chimico nella sua dannata testa di cazzo!> Aveva detto Ale accendendosi una Diana blu.

<Come nei film americani, pazzo tenta di radere al suolo tranquilla cittadina, vuole in cambio qualche svariato milione di dollari…>

<Sì come telespalla Bob….>

Avevo preso la trasmittente e chiamato la centrale, dicendo di non intervenire assolutamente. Bisognava prima capire cosa avesse in mente.

L’attesa si faceva snervante.
postato da MissBrauch alle ore 18:29 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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